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Grattacielo Pirelli in Piazza Duca d’Aosta

1956 - 1960 Milano
Edifici per uffici e società;
Opere realizzate;

Committente
Pirelli

Collaboratori
Giuseppe Valtolina, Egidio Dell’Orto. Consulenza strutturale di Arturo Danusso e Pier Luigi Nervi

Perché una torre? La costruzione in altezza ha la sua giustificazione formale e urbanistica quando l'edificio a torre, concentrando in sé i volumi costruibili, si arretra dai margini dell'area su cui sorge e cede spazio alla circolazione e al parcheggio. Non più strade trincee. Inoltre, cedere spazio irregolare e concentrare i volumi in un solo edificio di forma esatta, dettata dalla ragione, significa anche ritornare all'intelligenza nel costruire e determinare finalmente agli edifici una figura senza vizi, totalmente risolta..

Così scriveva Ponti nel '56, cioè quando la Torre Pirelli in costruzione apparve come grattacielo europeo,un grattacielo che subito attirò i fulmini degli storici, europei e americani, da Zevi a Banham; presentandosi, provocatoriamente, con uno slogan grafico, provocò slogan critici.

Questo piccolo grattacielo affilato (m 127,10 di altezza; 18,50 di profondità al centro; 70,4.0 di larghezza) non poggia su un basamento ma emerge, circondato da un vuoto che lo distacca dai corpi bassi circostanti: come un missile che parta dal sottosuolo. La sua forma essenziale, percepibile anche dall'interno, corrisponde all'asciuttezza della sua struttura portante, in cui (come Nervi diceva) si è andati a caccia dei pesi inutili. Si vedano le tre piante (pian terreno, piano 15, piano 30), slogan grafico dell'edificio, che evidenziano il rastremarsi dei pilastri mediani con il diminuire del carico dei piani. L'edificio non può crescere in altezza come non può crescere in pianta (per il rastremarsi della galleria assiale alle due estremità, dove il traffico interno si estingue. È una forma finita, nata da un'invenzione strutturale, come Ponti la chiama. Un'invenzione strutturale che per realizzarsi richiese il meglio dei pensieri di Nervi chiamato con Danusso alla determinazione della struttura: la stabilità (resistenza al vento) in un edificio in cui il rapporto larghezza/altezza è così piccolo, era un problema senza precedenti per soluzioni in cemento armato. Nervi lo risolse adottando, con una serie di accorgimenti, un sistema a gravità, concentrato nei triangoli rigidi delle due punte, coppie di piloni cavi a parete piena e nei quattro pilastri mediani ugualmente rigidi (grandi pilastri-parete) nonché nella centrale torre degli ascensori. Test della struttura è stato uno speciale modello alto ben undici metri.Proprio di Ponti è il modo con cui egli confronta, in Domus l'edificio pensato (il modello perfetto) con l'edificio realizzato. Si rende conto degli obiettivi raggiunti, invenzione strutturale, essenzialità, e anche di quelli che, chiari nei nostri cervelli, non s'è potuto raggiungere del tutto: espressività, illusività. Questi sono i termini che usa. Espressività: la Pirelli è verticale sui fianchi, ma nella facciata vetrata prevale la rigatura orizzontale creata dai parapetti opachi. Eppure, si era arrivati a far sparire lo spessore stesso dei solai, affilandoli ai bordi. Si è riusciti a salvare una affermazione grammaticale -dice Ponti- mantenendo trasparenti le porzioni di vetro attigue ai pilastri per dimostrare che le fasce opache dei parapetti non hanno parentela con la struttura; ma non scompare, agli occhi dì Ponti, la detestata impressione del pigiama a righe. Illusività: altro effetto non pienamente raggiunto è quello della spaccatura verticale alle due estremità della torre, pensata come una fenditura luminosa continua, e invece, nella realtà, segmentata dall'apparire delle solette che furono prolungate per ragioni strutturali. Ponti, dialogando con sé stesso, se ne duole. E ben fa, perché nel tempo è l'architettura sola che resta, al di là delle ragioni per cui è nata. Anzi, quanto più essa vi aderisce con intelligenza, e quanto più è su misura, tanto più, strumento delicato, rischia il disuso. Oggi, trent'anni dopo la loro comparsa, le due torri di Milano, la Pirelli e la Velasca, antagoniste sull'idea della storia, appartengono entrambe alla storia. Partecipano alla discontinua preesistenza ambientale di cui è fatta una città Gio Ponti combatteva per una creazione ambientale. I grattacieli stanno bene vicini. In questo senso, e in questo senso soltanto, Gio Ponti pensa a New York. I grattacieli di New York, città irsuta (Le Corbusier), Ponti li ha sempre amati come favola americana. Lo portavano a parlare più del cielo e della città che non dell'architettura spingersi nel cielo con macchine edilizie perfette... sulle superfici d'argento si muoverà il cielo, con le sue nubi. Non New York, ma l'esperienza in Brasile (1952) conduce Ponti alla Pirelli, a suo dire. In Brasile (il Brasile risvegliato da Le Corbusier) è l'incontro con Niemeyer e con la sua straordinaria immaginazione formaleche aiuta Ponti a liberare la sua propria forma. Se ne vedranno gli esiti nei progetti per il Venezuela. Della Torre Pirelli e del suo popolarissimo profilo esistono mille immagini. Ponti respingeva sempre le foto prospettiche da sotto in su che inventano uno slancio dinamico che l'edificio non ha. La sua architettura è di sottile equilibrio, non di slancio. Autore della Torre Pirelli, lo Studio Ponti Fomaroli Rosselli con lo Studio Valtolina-Dell'Orto; consulenza per la struttura, Arturo Danusso, Pier Luigi Nervi.